venerdì 18 settembre 2009

Effatà, per un umanesimo integrale - Pierluigi Vito

Una terra, una comunità e la sua storia di santità. Un cammino che continua nell’impegno quotidiano di uomini e donne, giovani e famiglie di oggi.

Il messaggio che Benedetto XVI ha lanciato con la sua omelia alla Valle Faul di Viterbo risuona ancora carico di forza e di coraggio. Quel coraggio che viene da Gesù, sostegno certo nei deserti della nostra vita: la solitudine, l’incomunicabilità e l’egoismo. Mali che si possono superare tuffandosi in quella nuova umanità di cui Cristo è la primizia, il volto più autentico. Un’umanità fatta di ascolto e dialogo, comunicazione e comunione con Dio.

Un’umanità possibile come dimostrano i tanti santi della terra viterbese ricordati dal Pontefice (da santa Rosa a san Crispino, da santa Giacinta Marescotti a santa Lucia Filippini). E come dimostra la profezia di Mario Fani, anch’egli giovane viterbese, che nell’intesa con Giovanni Acquaderni riuscì a consolidare l’intuizione originaria che portò alla Società della Gioventù Cattolica Italiana prima, e quindi alla nascita della nostra Azione Cattolica.

È stato un passaggio cruciale questo, nel discorso del Santo Padre. Il ricordo delle radici dell’esperienza associativa è legato all’invito ai laici cristiani a non avere paura “di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana”.

Ecco allora rinnovarsi il nostro mandato: vivere il Vangelo in solidarietà, nel nostro tempo, con le nostre forze. Viverlo insieme, come grande famiglia umana. Viverlo come servizio, nell’azione politica, sociale, culturale e formativa.

Ci richiama a un umanesimo integrale Benedetto XVI, un concetto che negli anni è emerso con insistenza nei nostri documenti e nei nostri testi, e che sempre più siamo chiamati a trasportare dalle parole alla prassi. Una parola che si fa storia, come l’Effatà di Gesù, nel Vangelo di Marco (7,31-37) letto proprio domenica. Come il sordomuto guarito, apriamo le orecchie e il cuore al Verbo, per annunciarlo e condividerlo con lo stesso rinnovato stupore che prese quanti poterono assistere al miracolo.

È una sfida non facile se, come ammette il Papa, è facile trovarsi spaventati di fronte a un mondo che pare conformarsi a tutt’altra mentalità e tutt’altri desideri. Ma questo è il tempo che dobbiamo abitare, con la nostra speranza e con la nostra storia. In una Chiesa che sempre di più dobbiamo costruire come comunità viva e plurale, efficace sostegno alle singole esistenze e all’evangelizzazione comunionale, spronati ad andare avanti perché “se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza”(La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, CEI, 1981).

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