giovedì 25 marzo 2010
Oscar Romero: non santo subito!
La sua gente da subito ne ha fatto l'icona del pastore che spende la propria vita in difesa dei più deboli e dei poveri. E lo ha proclamato santo.
Dal 1996 è approdato a Roma il suo processo di canonizzazione, dopo la chiusura della fase diocesana. Postulatore della causa è mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni ed espressione della Comunità di sant'Egidio. Indossa la croce che Romero portava al momento della morte. In passato aveva lasciato intendere che le pratiche procedevano spedite. Ed invece i tempi del "processo" sembrano dilatarsi all'infinito. È lecito chiedersi perché. Possibili speculazioni e strumentalizzazioni politiche? Resistenze da parte dei settori tradizionalisti che ritengono Romero rivoluzionario ed estremista, figura controversa e conflittiva, dimentico della diplomazia, vescovo di frontiera e di lotta, politico, insomma? Ma lui chiedeva semplicemente di applicare la dottrina sociale della chiesa, ritenuta dal potere troppo aperta e quindi tacciato di comunista. Doveroso ricordare che non sapeva granché di politica; e di marxismo quasi nulla.
A lui interessava solo la gente del Salvador per la quale altro non pretendeva che giustizia e pace. Il legame tra le due, Romero lo sottolineava fondato sul Concilio e il magistero. Aveva capito che la chiesa, ovunque, non solo in America Latina o in Salvador, doveva annunciare il vangelo (si definiva il "catechista" del suo popolo) sulla via della giustizia e della pace, due termini che si legano se si parte dall'attenzione ai più poveri e ai più deboli, come appare in tutte le pagine della Scrittura. La persona dei poveri e degli oppressi che per lui oltre che esseri umani erano "divini, in quanto Gesù disse di loro che tutto ciò che si fa ad essi egli lo considera fatto a sé". Insomma, una passione senza confini per la sorte dei poveri che è elemento ineliminabile della Tradizione della chiesa che da sempre riconosce la predilezione del povero come scelta stessa di Dio. Ricorreva a sant'Agostino e Tommaso d'Aquino per giustificare chi si sollevava contro la tirannia sanguinaria. Citava la Populorum progressio. E per dire che "il vero peccato è l'ingiustizia sociale" non riprendeva forse gli scritti di Ambrogio contro l'oppressione dei poveri e quelli del profeta Neemia sull'usura e lo sfruttamento? Ma sembra non bastare.
Le sue omelie raccontavano i tragici fatti della settimana, le sofferenze che il popolo, i contadini, i catechisti, i sacerdoti subivano. Elencava gli abusi spaventosi che il popolo subiva; uccisioni, rapimenti, torture, sparizioni, distruzione di case e campi...tutte cose che spezzavano davvero il suo cuore di uomo e di pastore.
Sembrano pesare su di lui ancora le sue ultime visite romane piene di incomprensioni. Non basta che si ispirasse al suo amico e consolatore, il vescovo argentino Eduardo Francisco Pironio che Paolo VI farà cardinale nel '76, nel cui pensiero incontrava una formulazione della teologia della liberazione molto aderente al vangelo e alla dottrina sociale della chiesa. Ma pur sempre di teologia della liberazione si tratta e...non va bene. Bisogna a tutti i costi "spiritualizzare" la sua figura. Puntando i riflettori in maniera esclusiva sui suoi interessi spirituali e la sua vita interiore, fatta di rosari, devozione al Sacro Cuore e alla Madonna, preghiera, sacramenti, meditazione...il primo Romero, insomma, quello "conservatore", che piaceva al potere, e farne sparire il secondo, quello che per soli tre anni è stato arcivescovo di San Salvador, "convertendosi" a Cristo, certo, ma anche al suo popolo che l'assassinio dell'amico e prete gesuita Rutilio Grande gli aveva fatto riscoprire. Davanti al cadavere dell'amico si disse che doveva seguirne i passi.
Spiritualità certo, ma quella di Romero è stata particolarmente calata nella realtà. Una fede vissuta come impegno a costruire la pace, fondata sulla solidarietà e la giustizia. Mai si è rifugiato in un mondo irreale, pericolo frequente nella storia della chiesa e tipico delle persone spirituali, quelle che come diceva Péguy "siccome non sono della terra, credono di essere del cielo; poiché non amano gli uomini, credono di amare Dio". Come tanti altri sacerdoti dell'America Latina Romero fu ucciso da persone che si dicevano cristiane e che vedevano in lui un nemico dell'ordine sociale occidentale. Bisogna riconoscere e concludere: Romero martire della società occidentale cristiana. E qui, il discorso sulle radici cristiane dell'Occidente ci porterebbe lontano...
Naturalmente lui, monseñor, dal cielo dove si trova avrà certo la pazienza di sorridere e di aspettare che noi, suoi sostenitori così diversi, ci mettiamo d'accordo. Lui ha sempre creduto in Dio, la cui gloria è la vita e la liberazione degli oppressi. E non dimentica di aver detto: "Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno. Un vescovo morirà, ma la chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai".
In Africa Romero ha avuto i suoi emuli: Christophe Munzihirwa, l'arcivescovo gesuita di Bukavu e dal giorno della sua morte noto come "il Romero d'Africa"; il domenicano Pierre Claverie, francese d'Algeria, vescovo di Orano; l'arcivescovo di Gitega (Burundi) Joachim Ruhuna. Tutti uccisi nel 1996, perché schierati dalla parte della giustizia e per la vita. Qualcuno aveva suggerito che per acclamazione il Sinodo africano celebratosi a Roma nell'ottobre scorso li proclamasse "beati". Non se n'è fatto nulla. Ma i vescovi d'Africa non mancano certo di esempi di loro fratelli fedeli al popolo di Dio fino alla morte. E la gente non ha bisogno di Roma per considerarli santi.
Nigrizia, 24/03/2010
venerdì 18 settembre 2009
Piazze e campanili, un dialogo che continua - Enzo Bianchi
Viviamo in un’epoca di profondi mutamenti, in un «mondo in fuga», secondo la definizione di Anthony Giddens, un mondo che sembra sfuggire al nostro controllo e impedirci di capire dove stiamo andando. In un’ora così contrassegnata sono proprio i legami, i rapporti che si vivono ad essere scossi, modificati e contestati. Di conseguenza, sono questi stessi legami che richiedono attenzione e discernimento, al fine di operare delle scelte: occorre cioè decidere se lasciarli cadere, oppure se modificarli e rinnovarli.
Per quanto riguarda più da vicino il nostro tema, ossia quello dei rapporti tra cristiani e territorio vissuti soprattutto attraverso la parrocchia, nella quale l’Azione Cattolica può essere una presenza efficace, dobbiamo confessare che su di esso si riflette da decenni, potremmo dire addirittura dall’inizio del secolo scorso. Infatti è proprio con la fine dell’assetto sociale contadino e con l’imporsi della società industriale che si sono dovuti cercare nuove forme per la collocazione dei cristiani nella polis degli uomini e per la loro missione, letta volta per volta come testimonianza, come nuova evangelizzazione, come presenza.
Più recentemente si è parlato di «conversione della pastorale», cioè di un cambiamento in senso missionario, in vista di un annuncio più efficace in mezzo agli uomini sempre più «indifferenti» rispetto alle fedi e alla vita cristiana. Si è soliti dire che va ripensata la parrocchia, che va ricompreso il concetto di territorio tenendo conto dello spazio umano, che le presenze associative laicali devono trovare una nuova collocazione nella chiesa locale, in un’ottica di ecclesiologia della comunione. Sì, confessiamo che i cantieri sono aperti e che occorrono molta umiltà, molta faticosa ricerca e soprattutto la capacità di ascolto dell’umanità: si tratta di ascoltare uomini e donne che vivono oggi e qui, hic et nunc, e che, anche se non sempre ne sono consapevoli, sono in ricerca di ragioni di speranza, del senso del senso, e dunque possono trovare in Gesù di Nazaret, il Signore della storia, una ragione di umanizzazione che è ricerca di salvezza.
Ma cerchiamo, nel poco tempo che abbiamo a disposizione, di leggere nella fede questi legami che vogliamo rinnovare, vivendo quella dinamica che è inscritta costitutivamente nella nostra fede: ricominciare, rinnovare, fare nuovo, aggiornare, riattualizzare.
Parlando di parrocchia, occorre innanzitutto ricordare il significato letterale del termine greco paroikía (cf. 1Pt 1,17) da cui essa deriva: pará-oikía, «presso la casa», dunque lo stare, il risiedere accanto alle dimore altrui. Ricorrendo alla medesima terminologia, la Prima lettera di Pietro definisce i cristiani pároikoi (1Pt 2,11), «pellegrini» domiciliati accanto agli altri uomini non cristiani. E alla fine del I secolo Clemente di Roma può rivolgersi alla chiesa di Corinto in questi termini: «La chiesa di Dio che soggiorna (paroikoûsa) in Roma alla chiesa di Dio che soggiorna (paroikoûsa) in Corinto» (Prima epistola ai Corinti, proemio).
Fin dagli albori del cristianesimo, dunque, parrocchia è un termine che designa la condizione della chiesa locale in un determinato territorio. Una condizione testimoniata in un modo che ancora oggi ci intriga da uno scritto straordinario delle origini cristiane, l’A Diogneto:
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano una lingua particolare … Vivono in città greche o barbare, come a ciascuno è capitato in sorte, … ma testimoniano una forma di vita ammirevole e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria ma da forestieri (pároikoi); a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri (xénoi); ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera.
(A Diogneto V,1-2.4-5)
Ecco come va letto il legame tra comunità cristiana e territorio: il territorio non è lo scenario della vita cristiana ma è il luogo in cui i cristiani vivono la solidarietà con gli altri uomini e con la terra stessa. Il territorio è lo spazio in cui i cristiani
- innanzitutto ascoltano il mondo (uomini, donne e terra);
- in cui vivono la storia senza evasioni;
- in cui sono chiamati a edificare la polis insieme agli altri uomini;
- in cui esercitano la loro responsabilità;
- in cui sono innestati nella comune vicenda culturale di un popolo;
- in cui devono discernere i «segni dei tempi», che spesso si manifestano come «segni dei luoghi».
Dobbiamo confessare che nei decenni passati, quando la parrocchia effettivamente non poteva più essere ristretta al solo territorio, abbiamo dato troppa importanza e abbiamo enfatizzato ipotesi di parrocchia avulsa dal contesto spaziale e identificata solo con quanti ne facevano parte. Oggi però siamo più consapevoli che lo spazio è, insieme al tempo, una coordinata essenziale, che predispone quanto è necessario all’edificazione di una comunità cristiana, della chiesa locale. C’è bisogno di uno spazio per credere, di un luogo in cui diventare cristiani, in cui radicarsi e, con un riferimento a un preciso habitat umano, poter vivere la comunità, poter accrescere la comunione. Certo, la parrocchia è in primo luogo comunità di uomini e donne, ma – lo ripeto – uomini e donne radicati in un territorio, coinvolti nella vicenda storica con tutti coloro che in esso risiedono. Abbiamo vissuto una stagione in cui con grande superficialità si sono avanzate altre ipotesi in riferimento all’essere chiesa nel mondo: dalle ipotesi corporative, a quelle movimentiste, a quelle diasporiche… In questo modo si sono inferte gravi ferite all’ecclesiologia di comunione, che è sempre comunione di chiese locali, comunione di cristiani singoli o associati in diverse forme e diaconie, sempre però all’interno della chiesa locale.
Ma l’Azione Cattolica, nel suo progetto e nella sua più che secolare storia, ha sempre voluto essere e di fatto è sempre stata una forma di comunione tra fedeli che si collocano nella chiesa locale per essere servizio e testimonianza, per essere nel mondo e tra gli uomini una vera missione assunta e svolta con responsabilità di credenti cristiani che vogliono essere «per Dio un regno di sacerdoti e una gente santa» (cf. 1Pt 2,9; Es 19,6). Il fatto che non ci siano mai state da parte dell’Azione Cattolica tentazioni di svolgere una’azione parallela rispetto alla chiesa e il fatto che, a volte anche con fatica e dolore, essa abbia sempre cercato di vivere la comunione con la chiesa e nella chiesa, questo deve essere il vanto dell’Azione Cattolica.
Oggi, in quest’ora culturale in cui – secondo le parole del sociologo francese Michel Maffesoli – «come la modernità metteva l’accento sul tempo, la post-modernità mette l’accento sullo spazio-territorio», occorre reinventare un legame tra Azione Cattolica e parrocchia e, di conseguenza, tra Azione Cattolica e territorio. Tutto questo tenendo conto che i concetti di spazio e tempo sono in continuo mutamento, a causa dell’universo di Internet, a causa della cultura soggettivista, a causa della pluralità e della complessità di presenze umane, religiose, etiche ed etniche di cui è composta la polis.
Alla luce di queste considerazioni generali, cosa dire all’Azione Cattolica per indicarle vie di rinnovamento dei legami necessari alla testimonianza, alla trasmissione della fede, alla costruzione della comunità cristiana? Poiché sono certo che i sociologi che interverranno dopo di me affronteranno questi temi in base a competenze che io non ho, io vorrei semplicemente limitarmi a evidenziare alcune istanze che mi sembrano urgenti.
«Vogliamo vedere Gesù!»
Un cristiano può evangelizzare gli altri solo se egli stesso è in prima persona evangelizzato, altrimenti è solo un militante, non un discepolo di Gesù. Essere discepolo di Gesù significa essere coinvolto nella vita Jesu, significa dedicarsi a un cammino di conoscenza di lui che nasce dall’ascolto delle Scritture, in particolare del Vangelo. E oggi la conoscenza richiesta è innanzitutto conoscenza della vita umana di Gesù, di quella vita in cui egli ha narrato Dio (exeghésato), il Dio che nessuno ha mai visto né può vedere (cf. Gv 1,18). È la conoscenza dell’umanità di Gesù che ci apre alla conoscenza del suo essere Dio e Signore, perché è nella carne umanissima di Gesù che Dio è stato narrato. Sì, il cristiano ha come primo compito quello di conformare la propria vita umana alla vita umana di Gesù.
E oggi – mi sia permesso dirlo – il cammino degli uomini verso la fede non è più quello di qualche decennio fa: la chiesa nutriva il fedele e lo faceva crescere fino a quando questi, con maturità, faceva propria la fede ereditata dalle generazioni precedenti e accedeva all’adesione a Dio, quindi a Gesù Cristo. Ebbene, oggi per moltissimi uomini non è più così: Dio è diventata una parola ambigua e a volte scandalosa, sovente «la chiesa» – sono parole scritte quarant’anni fa da Joseph Ratzinger – «è per molti l’ostacolo principale alla fede» (Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2005, p. 330; il testo originale tedesco è del 1968, prima traduzione italiana del 1969), mentre continua a salire un grido dall’umanità: «Vogliamo vedere Gesù!» (Gv 12,21). È un grido che chiede a uomini e donne di mostrare Gesù, facendo vedere la loro vita ispirata dal Vangelo e ad esso conformata, testimoniando la prassi di servizio, di amore, di riconciliazione e di libertà vissuta da Gesù.
Oggi occorre dunque presentare agli uomini un cammino umano: far vedere Gesù, collocare Gesù in Dio, colui che lo ha inviato, e quindi introdurli poco a poco nella comunità cristiana fino a far loro amare la chiesa. Questa, a mio avviso, è la prima testimonianza da dare, e l’Azione Cattolica è certamente capace di formare a ciò dei cristiani maturi, evangelizzatori perché evangelizzati.
Il dialogo con tutti gli uomini
Un cristiano che vive in modo eucaristico il rapporto con la storia deve, soprattutto oggi, essere disponibile allo scambio, al confronto, al dialogo con tutti gli uomini. Non posso non ricordare a questo proposito il magistero di Paolo VI che, nell’ora del Concilio e dell’immediato post-Concilio, in vista di un rinnovamento della presenza dei cristiani nel mondo proponeva il dialogo, il confronto, l’ascolto come atteggiamenti che dovevano plasmare lo stile cristiano. Non diffidenza, arroccamento, intransigenza, non lo stare su posizioni difensive, non il cedimento alla tentazione di ripagare con la stessa moneta l’ostilità e il disprezzo da parte della società non cristiana… Ma vale la pena citare brevemente alcune parole di Paolo VI:
Noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. Se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo.
(Betlemme, Discorso del 6 gennaio 1964)
La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio.
(Enciclica Ecclesiam suam 67, 6 agosto 1964)
Dialogare nella verità non è facile, e l’arte del dialogo è per molti aspetti inedita nello spazio cattolico. Eppure noi dobbiamo compiere questa fatica che ci permette di ascoltare l’altro per poterlo conoscere, amare, assumere come un compagno di ricerca e di viaggio, con il quale condividere la speranza e la fiducia necessarie per trovare il senso del senso. Nessuna paura del dialogo: chi conosce la propria fede, non mancherà dell’aiuto dello Spirito santo, promesso per ogni circostanza in cui si accende una contraddizione, una crisi, un processo che contrappone fede e mondo (cf. Gv 15,18-16,15).
I cristiani nella polis, senza esenzioni né evasioni
Nell’attuale orizzonte c’è inoltre più che mai bisogno di cristiani che sappiano impegnarsi nella costruzione della polis insieme ad altri uomini non cristiani; c’è bisogno di cristiani dotati della capacità di restare ispirati dal Vangelo nella ricerca di umanizzazione della società. So di toccare un punto molto delicato, sul quale forse oggi sappiamo solo tacere: ma non vorrei che su di esso si spegnessero la ricerca e la speranza!
I cristiani attualmente sembrano afoni, poco convinti, poco ispirati dal Vangelo, e così pare venir meno il loro contributo alla polis. L’Azione Cattolica, senza mettere questo come scopo e obbiettivo primario, non dimentichi però, all’interno dei cammini di formazione che propone, che il fedele cristiano deve partecipare alla vita della polis in tutto, senza esenzioni né evasioni. Nessuna fuga mundi, se mai eventualmente una fuga dalla mondanità: ma questo è nient’altro che il vivere responsabilmente la «differenza cristiana». «Non sic in vobis», «Non così tra di voi» (Lc 22,26): ecco le parole di Gesù che, mettendo in guardia contro l’idolatria, contro la perversione del possesso e dell’autorità, normano l’azione e lo stile del cristiano in mezzo agli altri uomini.
In questo senso all’Azione Cattolica non spettano molti compiti, ma semplicemente quello di formare cristiani maturi, testimoni di Cristo nel mondo, capaci di collaborare alla costruzione della città degli uomini.
La coscienza, istanza mediatrice tra fede e azione socio-politica
Infine, guardando al campanile e alla piazza, alla chiesa e all’agorà, occorre ribadire che i cristiani, proprio perché appartenenti alla città e alla società degli uomini, devono essere soggetti responsabili, e la loro coscienza deve essere l’istanza mediatrice tra fede e azione socio-politica. Noi dovremmo ancora oggi comprendere e progettare la modalità con cui i cristiani, da cittadini veri, leali e solidali con gli altri con-cittadini possono dare il loro contributo alla polis. Non ci deve essere alcuna diffidenza o contraddizione rispetto all’appartenenza alla società e alla cittadinanza: essi sono realmente cristiani, discepoli del Signore Gesù Cristo, se si lasciano ispirare dal Vangelo e se, attraverso l’istanza mediatrice della loro coscienza, danno il loro contributo sotto la forma dell’azione politica la quale resta, come già diceva Pio XI, «il campo della più vasta carità» (Discorso agli universitari cattolici, in L’Osservatore Romano, 23 dicembre 1927, p. 3).
Come ha più volte ricordato Benedetto XVI, «la chiesa non è né intende essere un agente politico», ma spetta ai cristiani un doveroso impegno in ordine all’umanizzazione della convivenza civile e alla realizzazione di una società sempre più segnata da giustizia, rispetto della dignità della persona, pace. Dunque per la chiesa vi è una funzione mediata nei confronti della società, soprattutto attraverso la purificazione della ragione e il risveglio di forze morali; per i fedeli laici vi è una funzione immediata nel partecipare in prima persona alla vita pubblica senza «abdicare alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere il bene comune» (Benedetto XVI, Enciclica Deus caritas est 29, 25 dicembre 2005).
Effatà, per un umanesimo integrale - Pierluigi Vito
Una terra, una comunità e la sua storia di santità. Un cammino che continua nell’impegno quotidiano di uomini e donne, giovani e famiglie di oggi.
Il messaggio che Benedetto XVI ha lanciato con la sua omelia alla Valle Faul di Viterbo risuona ancora carico di forza e di coraggio. Quel coraggio che viene da Gesù, sostegno certo nei deserti della nostra vita: la solitudine, l’incomunicabilità e l’egoismo. Mali che si possono superare tuffandosi in quella nuova umanità di cui Cristo è la primizia, il volto più autentico. Un’umanità fatta di ascolto e dialogo, comunicazione e comunione con Dio.
Un’umanità possibile come dimostrano i tanti santi della terra viterbese ricordati dal Pontefice (da santa Rosa a san Crispino, da santa Giacinta Marescotti a santa Lucia Filippini). E come dimostra la profezia di Mario Fani, anch’egli giovane viterbese, che nell’intesa con Giovanni Acquaderni riuscì a consolidare l’intuizione originaria che portò alla Società della Gioventù Cattolica Italiana prima, e quindi alla nascita della nostra Azione Cattolica.
È stato un passaggio cruciale questo, nel discorso del Santo Padre. Il ricordo delle radici dell’esperienza associativa è legato all’invito ai laici cristiani a non avere paura “di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana”.
Ecco allora rinnovarsi il nostro mandato: vivere il Vangelo in solidarietà, nel nostro tempo, con le nostre forze. Viverlo insieme, come grande famiglia umana. Viverlo come servizio, nell’azione politica, sociale, culturale e formativa.
Ci richiama a un umanesimo integrale Benedetto XVI, un concetto che negli anni è emerso con insistenza nei nostri documenti e nei nostri testi, e che sempre più siamo chiamati a trasportare dalle parole alla prassi. Una parola che si fa storia, come l’Effatà di Gesù, nel Vangelo di Marco (7,31-37) letto proprio domenica. Come il sordomuto guarito, apriamo le orecchie e il cuore al Verbo, per annunciarlo e condividerlo con lo stesso rinnovato stupore che prese quanti poterono assistere al miracolo.
È una sfida non facile se, come ammette il Papa, è facile trovarsi spaventati di fronte a un mondo che pare conformarsi a tutt’altra mentalità e tutt’altri desideri. Ma questo è il tempo che dobbiamo abitare, con la nostra speranza e con la nostra storia. In una Chiesa che sempre di più dobbiamo costruire come comunità viva e plurale, efficace sostegno alle singole esistenze e all’evangelizzazione comunionale, spronati ad andare avanti perché “se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza”(La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, CEI, 1981).
venerdì 12 settembre 2008
Il bene del Matrimonio
Vorrei aiutarvi colla seguente riflessione a prendere coscienza della bontà, della preziosità insita nel matrimonio. Il mio quindi non sarà un discorso esortativo-morale; né sarà una diagnosi della condizione in cui versa oggi il matrimonio nella società civile. Più semplicemente: sarà una riflessione sulla verità del matrimonio dalla quale possa venire a voi, lo spero, gioia grande nello spirito.
Ci farà da guida l’insegnamento del Concilio Vaticano II [cfr. Cost. Past. Gaudium et spes 48; EV 1/1471-1472] che distingue la bontà, il valore intrinseco del matrimonio in quanto istituito da Dio creatore, e l’abbondanza delle benedizioni effuse da Cristo redentore elevandolo alla dignità di sacramento.
1. La bontà naturale del matrimonio
La persona umana è uomo e donna. Possiamo chiederci: c’è una ragione intrinseca a questo fatto? Perché l’humanum si realizza in due modi o forme, il modo della mascolinità ed il modo della femminilità?
Qualcuno potrebbe rispondere che è una costante biologica. Da un certo grado in poi nella scala dei viventi la modalità con cui si assicura una migliore continuità della specie, è il di-morfismo sessuale.
La risposta è solo parzialmente vera, e soprattutto ha un approccio al problema quanto meno rischioso. Che sia parzialmente vera non compete a me dimostrarlo: è un fatto verificabile nei modi propri della verifica scientifica. Mi preme maggiormente fermarmi sull’altro punto.
È rischioso avere un approccio alla problematica antropologica “partendo dal basso”, facendo cioè un ragionamento più o meno di questo tipo: “come in tutte le specie viventi da un certo livello in poi .. così anche nell’uomo …”. Il rischio è che questa metodologia impedisce di capire l’originalità della persona, la sua incomparabile unicità, riducendola ad un “caso” di legge generale.
Ritorniamo dunque alla nostra domanda per cercare una risposta più adeguata. Essa ci è suggerita dalle prime pagine della S. Scrittura.
Nel secondo capitolo della Genesi la creazione della persona umana-donna è spiegata colla esigenza della persona umana-uomo di uscire dalla sua originaria solitudine. Non date a questa parola “solitudine” il significato indebolito psicologico che ha nel nostro linguaggio comune, una sorta di malessere psichico. Ha un significato ontologico: non riguarda il sentire ma l’essere della persona. Solitudine significa impossibilità di comunicare con un altro da sé; significa incompletezza quanto all’essere: è meno persona dal momento che è «sola» [«non è bene …»].
La creazione della persona umana-donna rende possibile l’uscita da sé da parte della persona umana-uomo: rende possibile la comunione con un altro e quindi la comunicazione. Non a caso le prime parole che l’uomo dice, le dice alla donna: diventa capace di parlare perché diventa capace di comunicare; diventa capace di comunicare perché diventa capace di comunione. La sequenza è: linguaggio → comunicazione → comunione.
Fate bene attenzione. La persona che rende possibile la comunione è la persona-donna. È un modo di essere persona diverso, espresso nella corporeità sessuale femminilmente configurata. Detto in un modo un poco rozzo. Non è creando un secondo uomo che l’uomo sarebbe uscito dalla sua solitudine: si sarebbe trovato di fronte un altro se stesso, e non un … “altro altro”. La comunione interpersonale è possibile se esiste un altro in senso vero e proprio, ma che nello stesso tempo abbia la stessa dignità ontologica di persona.
Questa breve riflessione ci dà tutti gli elementi necessari per costruire la risposta alla nostra domanda.
La mascolinità e la femminilità sono il “simbolo reale” dell’originaria relazionalità della persona umana. Spiego analiticamente questa fondamentale affermazione.
Per capire che cosa è un «simbolo reale» dobbiamo tener presente che esiste non solo il linguaggio informativo ma anche performativo. Faccio un esempio. Se dico ad una persona: “ti ringrazio”, uso un linguaggio informativo. Esprimo a quella persona che ho nei suoi confronti un attitudine di gratitudine. Ma non solo. Nello stesso tempo in cui dico “ti ringrazio”, compio anche di fatto un atto di ringraziamento. Non è sempre così il nostro linguaggio.
Il «simbolo reale» è un segno, è un linguaggio e informativo e performativo. La costituzione sessuale della persona esprime, dice, “informa” che essa [la persona] è originariamente in relazione: è costituita dentro la relazione. Ma nello stesso tempo la costituzione sessuale rende possibile, è in grado di realizzare una vera e propria comunione interpersonale.
Ho usato spesso la parola “originario/a”. Che cosa significa? Due cose. Primo, che la natura della persona umana è fatta in questo modo; secondo che la libertà non è sradicata da questa costituzione ma ne è responsabile; le è data come compito.
«In tal modo, il corpo umano, contrassegnato dal sigillo della mascolinità o della femminilità, racchiude fin dal principio l’attributo sponsale, cioè la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e – mediante questo dono – attua il senso stesso del suo essere e del suo esistere» [Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Esperta in umanità (31.5.2004) 6,3; EV 22/2796].
Non si dimentichi che come ogni linguaggio, anche il linguaggio della sessualità ha la sua propria “grammatica”. Se non viene rispettata, il linguaggio o diventa incomprensibile o veicola significati falsi. Da quanto abbiamo detto finora la grammatica del linguaggio sessuale è la grammatica del dono di sé.
Riprendiamo ora l’inizio della nostra riflessione. La riflessione fatta finora ci ha fatto scoprire che il matrimonio è un “tesoro”. Esso è la prima e in un certo senso la fondamentale espressione e realizzazione della costituzione relazionale della persona umana, e della chiamata della medesima alla comunione.
E il simbolo reale che il matrimonio è questo, è che solo in esso si pongono le condizioni perché venga all’esistenza una nuova persona in modo adeguato alla sua dignità. La verità del matrimonio libera la persona dal rischio che essa si inabissi in un confronto sterile e alla fine mortale solo con se stessa [cfr. doc. cit.; 2794]. E la paternità-maternità è la perfetta uscita da sé, l’autodonazione che realizza nella pienezza la comunione fra l’uomo e la donna.
Il matrimonio è un grande bene che vi è stato donato perché è la possibilità di realizzare in pienezza voi stessi nell’unico modo vero: nel dono di sé sponsale e genitoriale.
2. La bontà soprannaturale del matrimonio
Entriamo ora nell’universo della fede. In esso la preziosità propria del matrimonio è stata elevata a dignità sublime. Cercherò ora di balbettare qualcosa al riguardo, partendo da un’esperienza molto semplice.
Sicuramente ci è capitato di dire: “questa persona è più bella di quella”, oppure “questa musica, questa chiesa, questa città è più bella di quella …”. Noi cioè siamo capaci di istituire una gradazione all’interno della stessa perfezione [nell’esempio: la bellezza].
Quest’operazione spirituale è possibile perché abbiamo una qualche sia pure oscura percezione della perfezione in questione al grado puro, al grado sommo. Altrimenti come potremmo dire “più – meno” se non avessimo una misura con cui misurare il grado di perfezione?
Non solo. L’essere “più” o “meno” [e.g. bello/a] non può spiegarsi che in base alla più o meno intensa partecipazione a quella perfezione e al suo stato puro. Lo dice la parola stessa, parte-cipazione, cioè «prendere-parte». È nel prendere parte è possibile un più e un meno.
Che cosa accade in un uomo ed in una donna che si sposano «in Cristo», che ricevono cioè il sacramento del matrimonio? Sono resi partecipi dello stesso amore di Cristo quale si è realizzato nella sua perfezione pura sulla croce.
L’apostolo Giovanni introduce il racconto della passione del Signore scrivendo che in essa l’amore di Gesù giunse alla sua suprema perfezione.
Mediante il sacramento del matrimonio, l’uomo e la donna sono resi partecipi e quindi capaci di amarsi collo stesso amore con cui Cristo ha amato, anche se, ovviamente, non colla stessa misura. L’amore sponsale di due sposi cristiani è della stessa natura, anche se di misura diversa dell’amore di Cristo crocefisso.
Fate bene attenzione: non sto parlando di un compito, sto parlando di una grazia; non sto parlando di un impegno, sto parlando di un dono. Per riceverlo non è chiesto di più che la volontà di sposarsi «in Cristo» cioè di celebrare non il matrimonio semplicemente ma il matrimonio-sacramento. Nulla di meno; ma neanche nulla di più.
Potete ora capire perché nella fede la preziosità propria del matrimonio è elevata a dignità sublime.
Alla fine del punto precedente vi dicevo che il matrimonio è un grande bene perché esso dona all’uomo e alla donna la possibilità di realizzare se stessi nel modo vero, cioè nel dono di sé.
Nel sacramento questa possibilità viene inabitata e come investita da una possibilità umano-divina, quella di Cristo crocefisso.
C’è un altro aspetto su cui voglio attirare la vostra attenzione. Abbiamo questo tesoro in vasi di creta, ci dice l’Apostolo. Vi ho parlato poc’anzi della “grammatica” del dono che crea comunione fra l’uomo e la donna. Ma il linguaggio sessuale può essere detto seguendo la “grammatica” del possesso che genera conflitto fra l’uomo e la donna. La preziosità è stata deturpata, la correlazione originaria è stata ferita: ha bisogno di essere guarita. Inseriti nel mistero della Croce, l’uomo e la donna sposi sono guariti dalla grazia di Cristo, e sono riportati ad una comunione nella quale la concupiscenza può essere vinta. È certo un cammino difficile e lungo. «Nella forza della risurrezione è possibile la vittoria della fedeltà sulle debolezze, sulle ferite subite e sui peccati della coppia. Nella grazia del Cristo che rinnova il loro cuore, l’uomo e la donna diventano capaci di liberarsi del peccato e di conoscere la gioia del dono reciproco» [Congregazione della Dottrina della Fede, Dich. Esperta … cit. 11,1; EV 22/2813].
Mi piace concludere con un testo di K. Woitila. «Creare qualcosa che rispecchi l’Essere e l’Amore assoluto è forse la cosa più straordinaria che esista. Ma si campa senza rendersene conto» [in Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2001, pag. 869]. È detto tutto.
È “il tesoro”: “creare qualcosa”, dare cioè origine alla comunione sponsale e famigliare; “che rispecchi l’Essere e l’Amore assoluti”; la costitutiva correlazione della persona umana è ad immagine di Dio.
Ma il tesoro “è deposto in vasi di creta”, poiché “si campa anche senza rendersene conto”.
Ed allora, «l’amore è una sfida continua. Dio stesso forse ci sfida affinché noi stessi sfidiamo il destino» [ibid. pag. 849].
sabato 10 novembre 2007
Il volto missionario delle Parrocchie in un mondo che cambia

Roma, 30 maggio 2004 - Domenica di Pentecoste
domenica 4 novembre 2007
Poesia e Santità: viverle ai giorni nostri

sabato 29 settembre 2007
Benedetto XVI ai giovani
Benedetto XVI, Veglia di preghiera con i giovani nella Piana di Montorso, 1 settembre 2007.
